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28.09.2006

La discussione

Lui è un uomo giovane, vestito con un giubotto corto, una maglia che esce dal giubbotto, pantaloni neri, scarpe nere sportive alla moda. Ha capelli neri molto corti e folti. Nella conversazione dà un impressione di grande stabilità sulle proprie gambe. Non sente neanche il bisogno di spostare il peso da una gamba allaltra. Sembra che abbia messo radici. E come una quercia. Luomo più anziano, invece, è vestito in modo più elegante, ha un impermeabile bianco, ma sgualcito. Ha una cravatta blu elettrico. Nella sua posizione da conversazione è innaturale la posizione dei piedi. La sua postura trasmette un senso di precarietà. Sembra che debba franare da un momento allaltro sulla bancarella di libri che è di fianco a lui.

La parlata di quello più giovane è calda e sicura di se. Sembra una persona molto decisa. I suoi gesti sono solidi. Sembra una di quelle persone che costruisce ledificio della propria vita senza inseguire vette particolarmente elevate, preferisce costruzioni basse, ma in cemento armato. Einsensibile alle carezze del vento e non apprezza il piacere di accompagnarne i movimenti, come farebbe una betulla. E sicuramente coerente e difficilmente cambia opinione. Non ama neppure vivisezionare le sue idee o saggiarne la resistenza con riflessioni molto profonde, perché questa pratica corrode sempre il cemento armato che tiene compatto il suo sistema di valori.

La parlata delluomo più anziano ha un timbro basso, leggermente roco, erre moscia, anzi arrotolata, per la precisione. La sua voce è incerta. La sua parlata sembra timorosa, come dire, un pò ansimante, asmatica. Ma ad ogni respiro sembra che incameri la benzina per proseguire nel discorso, inalando nuove energie. Limpressione è che quando inizia una frase non sia mai sicuro di arrivare alla fine perché il suo pensiero è sempre in corso dopera. La sua testa è un cantiere sempre aperto che non costruisce mai nulla di definitivo.

Però il lato positivo è che non ha frasi fatte in testa e i suoi discorsi prendono forma ogni volta in modo diverso, sono come dei neonati,  e come i neonati sono indifesi e vulnerabili, anche insicuri. E evidente un forte contrasto fra le due personalità.

Ad un certo punto della discussione si percepisce da parte del giovane una frase molto precisa e lapidaria: è la sua appartenenza ad un partito politico, una dichiarazione di voto col punto finale.

E evidente la sua intenzione di troncare di netto ogni schermaglia dialettica. La sua dichiarazione di appartenenza politica nel mezzo della discussione è un po come dare un taglio netto a ogni riflessione, è un po come entrare in una casa protetta, come chiamare in soccorso una moltitudine di persone che stanno dalla tua parte, è un po come dire non mi convinci, è un po come dire ho paura che tu sua convincente.

Il fatto curioso è che laltro non aveva mai avuto alcuna intenzione di convincere il suo interlocutore. Luomo più anziano, ogni volta che parla, vuole solo convincere se stesso a posteriori di aver detto qualcosa di dignitoso.

Entrambi sono schiavi della loro insicurezza, e alla fine, quando si dividono, si trovano entrambi paradossalmente sul punto di aderire alla tesi dellavversario, senza neppure essersi ascoltati.

by ore 00:14 [ ] commenta    leggi commenti (2)

27.09.2006

Esplorazioni

Sono turisti e stanno passeggiando nei pressi di una trattoria. Il capo famiglia getta locchio su un menù con lespressione di chi ha investito tutto su un pranzo al sacco e non ammetterebbe mai di aver sbagliato scelta.  Nessuno dei suoi familiari gli chiede conto di quello che ha letto, cè una compattezza di squadra nel funzionamento dinsieme. Non si torna sulle decisionui prese. Proseguono senza una meta precisa. Sembrano seguire unandatura molto cauta, esploratoria: cioè vanno ritornano sui loro passi, prendono un'altra direzione; ecco sembrano non allontanarsi troppo da un punto di riferimento preciso che forse è il posto dove hanno parcheggiato la macchina, il loro accampamento. La loro conoscenza dei luoghi si espande con grande cautela, come  una circonferenza che si dilata lentamente; fa così anche luniverso, pare, quindi cè da fidarsi. Chi non segue questo metodo, o chi non segue un metodo, nel visitare luoghi nuovi, sa bene che al momento di tornare alla base servirà uno sforzo intellettuale, facendo appello o allattenzione per i particolari o al senso di orientamento, o a una richiesta daiuto a qualcuno del posto. Loro non amano fare appello a nessuna di queste cose. E quando si allontanano hanno sempre bisogno di mantenere un contatto con il luogo di provenienza. E una famiglia molto chiusa in se stessa, e timorosa verso la novità.

Il piccolo cammina abbrancato al braccio del padre come un coala, e non è una cosa momentanea, è che non si stacca proprio mai. Il più grande procede avanti a fianco della madre. Cè stata una tacita spartizione dei figli tra i due genitori, queste due formazioni rappresentano il costante assetto della loro vita familiare.

La spartizione dei figli dimostra una cosa. Che cè un rapporto equilibrato tra i due genitori. La divisione della vita coniugale avviene secondo un criterio quantitativo e non qualitativo (non cè uno che si occupa del lavoro e uno che si occupa dei bambini, si dividono i bambini e si dividono il  lavoro, e forse anche i compiti domestici). E il fatto che sia la madre in questo momento a guidare lescursione dimostra questo equilibrio, e questa condivisione dei compiti tra  i due genitori.

Con la nascita del secondo figlio, è accaduto che il primo figlio, o si è rifugiato o è stato attratto nellorbita della madre; per contro il nuovo venuto si è accomodato naturalmente nellorbita del padre.

Il più grande torna indietro e cerca di mettersi fra il padre e il piccolo, o cerca di agganciarsi alla coppia, scherzosamente, ma in modo insistente. E un po irrequieto. Non ha ancora accettato lespropriazione di affetti subita a seguito della nascita del fratellino. Per questo, nonostante letà, cammina tenendo per mano la madre. Teme un ulteriore regresso nella competizione per gli affetti, teme di perdere anche lultimo caposaldo affettivo che gli è rimasto. Ma sente anche il bisogno di riconquistare il terreno perduto e si lancia in unazione di disturbo verso il padre e il fratellino. Insomma non riesce ad affrancarsi dalla logica della competizione intrafamiliare, lasfittica guerra di trincea, dove si guadagnano pochi metri con tanta fatica, si perdono e si riconquistano, ma non si perde mai definitivamente o non si vince mai definitivamente. Non è in condizioni di capire che è ora di invadere nuovi territori, fuori dai confini della famiglia. I genitori non glielo fanno capire; anche il modo di guidare quella passeggiata in terra straniera asseconda il timore di sganciarsi verso nuovi orizzonti. 

by ore 23:20 [ ] commenta    leggi commenti (0)

21.07.2006

La bancarella

Lui si muove con energia dietro una bancarella del mercato. Vende capi di abbigliamento. I suoi movimenti, sono lenti, ma esperti e dà l’impressione di essere dentro la sua tana. Mentre serve i clienti racconta una barzelletta, un po’ anonima, sessualmente allusiva, ma non volgare. Il risultato è che propaga attorno a lui solo una malinconica deriva di sorrisi di circostanza, che servono ai presenti da commiato, per sottrarsi senza imbarazzo allo spettacolo improvvisato.

Fatica a servire tutti i clienti ed è evidente che gli manca qualcuno che di solito lo aiuta.

Un ragazzo con un forte accento dialettale dalla bancarella di fianco gli chiede come mai oggi non c’è la Rosalba.

"La Rosalba", detto con l’articolo, rivela una confidenza stantia, un po’ irrispettosa, che odora di frequentazione abituale, e di qualche avance respinta da lei.

Lui risponde che Rosalba deve studiare. E’ chiaro che sta parlando di sua figlia.

Usa il verbo "deve studiare", come per mettere a tacere ogni discussione nel merito, che non avrebbe nessuna ragione d’essere, se non nella sua testa.

Dentro di lui è combattuto, ma non è insensibile al fatto che sua figlia possa esplorare un futuro vergine aperto da quei libri, in questo anzi si rispecchia; piuttosto è che si è messo in testa l’assurda idea di poterle avere trasmesso qualche cromosoma refrattario agli studi. Qualcosa che le possa nuocere.

Il vicino di bancarella, ignaro di questi pensieri, sentenzia lapidario che si può vedere passare più vita davanti a queste bancarelle che su tutti i libri del mondo. E si compiace di aver dato con questa frase un’impercettibile stoccata al suo vicino, gratificando al tempo stesso al rango di "vita" quella folla di fantasmi che chiama clienti, ai quali chiede inutilmente un cenno di approvazione con lo sguardo.

Di fronte a questa idiozia del suo vicino il papà di Rosalba si rianima, ha come un lampo negli occhi e sembra compiaciuto di qualcosa, forse si rallegra tra se e se di avere riconosciuto all’istante quell’idiozia. Magari si rende conto che può avere trasmesso a sua figlia anche qualche cromosoma refrattario all’idiozia.

Che sarà anche vero, si, che lì davanti passa tanta vita, ma sua figlia la vita non vuole vederla passare semplicemente, ecco tutto.

E sarebbe una risposta così bella, questa, che spenderla è un insulto e la tiene per se, a ridere nei suoi occhi, mentre si limita a rispondere in modo asettico "fa bene a studiare la mia Rosalba, ha l’esame".

Rosalba. Mentre tutti pensano a lei, lei sta pensando se la vita debba passare per forza dietro una scrivania buia nelle giornate di sole o per le bancarelle sferzate dal vento nelle giornate di pioggia. Si chiede perché di fronte a quel bivio non ci deve essere un'altra via, fuori da ogni stradario, come se si potesse ignorare il bivio e proseguire in mezzo, nell’erba, passo dopo passo, con il sole o la pioggia, mentre i suoi passi, impressi sull’erba, scrivono dietro di lei il libro del suo cammino in una vita che nessuno ha mai vissuto prima.

by ore 11:42 [ ] commenta    leggi commenti (0)

17.07.2006

Turiste per caso

Lei è una donna giovane, sui trent’anni. L’altra è più anziana, sui 40, o forse meno. Dalla lingua che parlano potrebbero essere dell’est europa. Parlano ad alta voce con la consapevolezza di non essere comprese. C’è anche un pizzico di orgogliosa e spavalda ostentazione della loro non italianità. Evidentemente sono in regola con i permessi di soggiorno, e in questo momento, che sembra di euforia, sono nella condizione di chi non sente il bisogno di mimetizzarsi nel nuovo habitat. Sembrano consapevoli del fatto che l’essere straniero esercita sempre un certo fascino sugli autoctoni. Anche le menti più rozze, anche gli xenofobi, inconsapevolmente percepiscono un senso di claustrofobia nel proprio essere stanziali, e intravedono  nello straniero che viene da lontano nuovi orizzonti. Chi viaggia all’estero lo sa, sa di indossare un abito interessante. Loro, in questo momento, forse non sono turiste, ma certo si sentono un po’ turiste e interessanti.

La loro conversazione non è quella di chi deve fare passare il tempo raccontando amenità. C’è un ritmo, un intercalare tra cose divertenti e cose toccanti. Sono due persone che non si vedono da tanto tempo e si devono raccontare tutto, due persone che devono ripercorrere a ritroso un tempo lunghissimo e procedono a balzi avanti e indietro. Non hanno tempo neppure di riordinare i fatti, che sgorgano alla rinfusa dalla loro memoria. C’è un accavallarsi di stati d’animo anche negli atteggiamenti. La ragazza giovane improvvisamente rimane quasi congelata con un’espressione un po’ amara, per qualche secondo. Quella paresi malinconica poco dopo viene spazzata via da una risata. La signora anziana è quella che parla di più. Evidentemente è lei quella appena arrivata. Quando due connazionali si ricongiungono all’estero è l’ultimo arrivato quello che ha la priorità nella comunicazione, perché porta notizie da casa. Ed è la più giovane che sembra più travolta dalla tempesta emozionale. Di solito chi ascolta è in balia di chi parla, perché è costretto a seguire il flusso e il ritmo del discorso. Chi parla, per contro, sa di avere su di se l’attenzione, è più concentrato sulle proprie parole che sugli atteggiamenti; chi ascolta invece ha bisogno di atteggiamenti, almeno per comunicare la sua attenzione, le sue reazioni. Da una parte un fiume di parole, dall’altra atteggiamenti. Ma questo non significa che non ci siano dei forti sentimenti in quell’incontro. C’è un legame forte tra le due persone, ci sono dei sentimenti che erompono prepotenti da una lunga condizione di privazione e lontananza.

by ore 11:45 [ ] commenta    leggi commenti (0)

13.05.2006

Mac Vodoo Menù

Il ragazzo seduto al tavolo di un Mac Donald con due amici avrà più o meno sedici anni. Lui è completamente assente nonostante i suoi due amici siano nel bel mezzo di un’interessantissima gara di rutti.

Il suo sguardo corre verso un tavolo dove ci sono 4 ragazze adolescenti della sua età. Ma è un impressione. Il suo sguardo in realtà trapassa le 4 ragazze come fantasmi e mette a fuoco la cassiera, che è sempre giovane in questi locali. Il suo sguardo è imprendibile, sguscia tra i colori forti del locale, come fossero trappole inutili, e si getta nel vuoto incolore di un orizzonte indefinito di mere possibilità. Lui ha lo sguardo di chi indaga un futuro alternativo. Sta cercando di capire come sarebbe lavorare in quel posto, pensa che gli piacerebbe, ma ha già capito che li dentro non invecchierebbe e non è sicuro che sia un male.  Lui ha un fratello più grande che va all’Università. E sente una piccola fitta nello stomaco. Sente il bisogno di prendere una strada diversa da quella di suo fratello. Sente il peso di camminare sempre in retrovia su strade sicure e già battute. In famiglia vige una forma di ovattato rispetto per la sua libertà di scelta, che però non ha mai usato. Ha il sospetto che usarla incrinerebbe degli equilibri delicati che non gli dispiacciono. Sente una seconda piccola fitta, che traspare da una rapida smorfia del viso.

Si vede indaffarato a costruire nuovi equilibri, nuovi meccanismi di funzionamento della sua vita. Per un attimo si vede dentro le ruote dentate di un orologio, mentre faticosamente fa girare le lancette della sua vita. Dolcemente stritolato. Ma l’alternativa è di guardare le lancette che si muovono da sole segnando il tempo della sua vita come se lui fosse un corpo estraneo. Osserva con attenzione la ragazza alla cassa che esibisce sorrisi tirati.

Nel tavolo di fronte le quattro ragazze trapassate come fantasmi dallo sguardo del ragazzo circondano un hamburger con patatine. Sono 4 ragazze adolescenti, sedute attorno al tavolo di un Mac Donald in un pomeriggio indolente, come solo certi pomeriggi sanno essere. C’è un telefonino acceso, sdraiato sul tavolo di fianco all’hamburger in attesa di una chiamata. Il telefonino è il loro unico aggancio possibile con qualche cosa di piacevole e imprevisto che però non arriva. L’hamburger è il contrassegno del loro diritto di occupare il tavolo e si guardano bene dal consumarlo. E’ come un ostaggio. Finchè è vivo loro sono al sicuro su quel tavolo. A garantire l’incolumità dell’hamburger c’è anche il fatto che le ragazze sono ormai nella fase in cui l’innocente e spensierato piacere del cibo comincia ad assumere le fattezze insidiose e seducenti del complesso di colpa.

Una delle ragazze comincia a torturare l’hamburger con uno stuzzicadenti. Una di loro rigira un braccialetto con la mano in modo ripetitivo, un’altra parla svogliatamente con un improbabile erre moscia. La loro conversazione sfiora fugacemente vari argomenti, prima l’ora del treno che dovranno prendere per tornare a casa, poi le vicende di una soap opera, e ancora quelle di un personaggio televisivo che ha avuto un figlio da un'altra. Questo è il top della loro conversazione. Poi tacciono per un po’.

Quella che ha lo stuzzicadenti in mano lo infilza nell’hamburger in un punto non vitale e tutte ridono di gusto. Poi lo rigira con sadismo. E tutte ridono. Cola il ketchup dal fianco della vittima.

Il ragazzo, che stava parlando animatamente con i suoi amici, avverte un'altra fitta, un altro lampo negli occhi, un altro futuro possibile all’orizzonte. Poi si guarda le mani e sono sporche di ketchup, o forse sangue. Gli altri ridono. Tutto può essere. La gara di rutti lo riporta improvvisamente indietro alla sua età.

La ragazza con lo stuzzicadenti parla del più e del meno con le sue amiche, ma pensa a quanto detesta quel ragazzo nel tavolo di fronte che lei conosce vagamente e neppure la saluta. Lei non sopporta quel suo sguardo che la sta trapassando per correre verso la ragazza alla cassa.

Lei trafigge per l’ultima volta con lo stuzzicandenti l’hamburger esanime.

by ore 09:57 [ ] commenta    leggi commenti (0)

04.05.2006

La ragazza in biblioteca

Lei è seduta in un tavolo della biblioteca come tutti i sabati mattina. Alcuni utenti parlano ad alta voce vicino a lei, ma non sembra disturbata. La sua soglia di tolleranza del rumore è alta, dunque lei ha una famiglia numerosa e rumorosa (fratelli, sono i più rumorosi) e soprattutto non ha in casa un luogo adatto dove concentrarsi. Non è il tipo che va in biblioteca solo per cambiare ambiente o per calarsi in un posto frequentato da altra gente. E’ interamente concentrata sui quaderni con i suoi appunti, non alza mai lo sguardo, potrebbe anche esserci George Clooney al suo tavolo ma lei non farebbe una piega. Prima di arrivare in biblioteca ha preso un caffè. Infatti ha uno scontrino accartocciato sul tavolo. Non è tipo da gettare gli scontrini per strada, ha un senso civico ben radicato.  Ma è distratta, infatti si è accorta di avere lo scontrino in mano solo quando si è seduta a studiare, e lo ha accartocciato appoggiandolo sul tavolo. Al momento di andarsene, raccoglie i libri e butta lo scontrino nel cestino. Ma lo fa solo al momento di andarsene, non prima. Quindi è pigra, ma una pigrizia che non degenera mai nell’indisciplina. La disciplina si vede  nella concentrazione ininterrotta, e negli appunti scritti a mano, dove non ci sono cancellature e la calligrafia è bella e ordinata; le sottolineature poi rivelano una vera e propria simbologia. Parole cerchiate, colori diversi ecc. Ogni segno deve avere un significato diverso. Oltre all’ordine c’è applicazione metodica e determinazione verso il risultato prefissato. Tutte le energie e le risorse sono incanalate verso quel risultato. Non c’è una cellula del suo corpo che non collabori. Non è una persona timida. Anzi rivela un bisogno di espandersi di possedere aree orizzontali. Il tavolo ha quattro posti a sedere, e lei ne occupa addirittura tre. Lei ha anche le gote rosse, non è un animale che vive in cattività. Deve essere abituata a larghi spazi e non concepisce suddivisioni condominiali, neppure sul tavolo della biblioteca. Non è mancanza di rispetto o maleducazione. E’ l’idea assolutamente semplice e naturale che gli spazi non occupati siano di libera appropriazione. Ha della campagna dunque. Chi vive in città, invece, cresce con l’idea opposta, cioè che nulla sia di libera appropriazione. I suoi genitori hanno a cuore i suoi studi, e lei mette la sua determinazione anche al servizio delle loro aspettative. Non conosce ancora il mondo del lavoro e conserva ancora la genuina semplicità che le hanno insegnato. Non ha bisogno di apparire diversa da come è. Non ha un briciolo di trucco e non indossa vestiti alla moda. Ma non è un bisogno aprioristico di non omologazione. E’ che il senso pratico prevale su ogni considerazione estetica. Il suo gusto è la risultante di due bisogni, bisogno di praticità e anche bisogno di non  appariscenza. Ne esce un anonima sobrietà, niente affatto sgradevole. Non è molto femminile. L’unico segno di femminilità è la calligrafia rotondeggiante, e il riflesso rosa degli occhiali. Forse è golosa. Ha un brufolo che è sinonimo di nutella, o forse di salame. Non sa cosa sia una dieta, non farà la velina, ne per questo ne soffrirà.

 

 

by ore 12:13 [ ] commenta    leggi commenti (2)

03.05.2006

Ricovero per direttissima

Lui ha un ottantina d’anni portati molto bene, non si è ancora spogliato ed è seduto in un letto non ancora disfatto del reparto di neurochirurgia, volgendo la schiena alla porta. Ha una cicatrice dietro la nuca. Si è appena presentato al vicino di letto, quando sopraggiunge un’infermiera un po’ agitata.

Poco distante da lei il responsabile della sicurezza chiama qualcuno al telefono e contemporanemente comincia a guardare sul monitor collegato alla telecamera di sorveglianza. Torna indietro con le immagini registrate di qualche minuto e sul monitor si vede la figura di quell’uomo anziano mentre percorre con passo marziale il corridoio principale dell’ospedale. Ogni passo è esattamente uguale a quello precedente, ne più lungo ne più corto di un centimetro.

La camminata per regolarità e disciplina è quella di un alpino. L'alpino ha una radiografia del cranio in mano e mentre cammina la solleva controluce e la guarda con insistenza. Contemporaneamente si tocca dietro la nuca in un punto dove, a causa di una vecchia ferita, i capelli non sono ricresciuti. E non è come dire che i capelli sono caduti. La caduta dei capelli è un malanno da rammolliti civili. Quei capelli sono vittime di guerra.

Poi si vede che apre il portafoglio, torna sui suoi passi percorre pochi metri del corridoio ed entra nella banca dell’ospedale. Immediatamente scatta il metal detector. L’uomo scambia qualche parola con un impiegato che lo lascia immediatamente entrare, guardando dietro la nuca, proprio dove c’è la cicatrice.  Sembra rassicurato dalle sue spiegazioni o scoraggiato.

Evidentemente, per ragioni da chiarire, ogni volta che entra in banca scatta il metal detector.

Quindi esce dalla banca e imbocca il corridoio del reparto. Guarda dentro tutte le stanze che incontra sul suo cammino finchè si accomoda con aria soddisfatta in una di queste.

Ora tutto è chiaro.

Lui ha una scheggia di granata nella  nuca da  61 anni. Ma lo sa soltanto da un mese, da quando ha cominciato a sentire atroci dolori e gli hanno fatto una radiografia. Ovviamente ce l’ha con la Sanità perché l’aveva detto al responsabile dell’ospedale da campo che qualcosa non era a posto nella sua testa, ma quello niente.

61 anni dopo se ne erano finalmente accorti. A questo punto i dottori gli avevano detto che la lista di attesa per l’intervento di estrazione della scheggia era di alcuni mesi.

Lui in effetti non chiedeva nessun favore personale per accorciare i tempi di attesa,  ma era fermamente convinto che tutti quelli che avevano schegge di granata nella testa dovevano godere di una corsia preferenziale. Cosa che in realtà l’ultima riforma della sanità si era dimenticata di prevedere. Peraltro era convinto che 61 anni di attesa erano più che sufficienti.

E poi il letto del reparto era libero e il  vicino di letto non aveva mosso obiezioni.

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02.05.2006

L'ultimo bottone

Lui è un uomo di età avanzata, avvolto da una singolare forma di trasandata eleganza. Sta conversando sul marciapiede con qualcuno e regge per il cannone una vecchia bicicletta. Indossa un paltò logoro, niente cravatta, ma si intravede una camicia chiusa sul collo fino all’ultimo bottone. Ci sono toppe sulle maniche. Eppure emana una singolare eleganza nei gesti e nella persona. C’è un’eleganza naturale nel viso affilato e nei lineamenti squadrati, nella figura esile del suo corpo, nel movimento delle braccia mentre gesticola. Come possano convivere tanta eleganza e trascuratezza è un mistero. Sembra che lui abbia la capacità di affascinare il prossimo in modo naturale e non progettato, non artificioso. Deve essere una di quelle persone dotate di capacità particolari, capacità che assorbono completamente le energie mentali di chi le possiede. Magari un artista o un intellettuale. Il fatto è che sta parlando con un uomo distinto, vestito con abiti di ordinaria eleganza. Un uomo che tiene in gran conto la convenzionalità estetica. La cosa singolare è che quest’uomo non è affatto in imbarazzo, nonostante abbia di fronte una persona che potrebbe apparire vestito come un barbone. La conversazione è accalorata e amichevole. C’è una parvenza di non banalità in quella conversazione. Potrebbero parlare di meccanica quantistica o del calendario di Max, lo farebbero comunque in modo non banale. C’è qualcosa dunque nel tipo trasandato che spinge il suo interlocutore a vincere l’imbarazzo di quell’accostamento. L’interesse che sa suscitare negli altri ha la sua misura nel senso di repulsione che gli altri devono vincere per stargli vicino, considerando come si veste. Perché allora si veste con abiti logori? Non è pigrizia, perché non è pigro chi si allaccia la camicia fino all’ultimo bottone,  non è ricerca della comodità, perché non è comoda ne la camicia stretta la collo, ne il cappotto che indossa per andare in bicicletta, anzi gli è di intralcio.

Il suo aspetto entra in un complicato gioco di pesi e contrappesi. Non è tanto il fatto che per lui l’essere conti più dell’apparire, sarebbe banale se fosse questo, è piuttosto che l’apparire sgradevole, gli serve come strumento per avere la misura di se stesso nei suoi rapporti con gli altri. Cioè è come se io dicessi che la misura di quello che sono è pari alla repulsione che gli altri devono vincere per starmi vicino. Non oso pensare cosa possa inventarsi in campo sentimentale per avere la prova d’amore della sua donna. Megli pensare che non ce l’abbia una donna. 

Ci sono diverse ragioni per cui un uomo può tenere abbottonato l’ultimo bottone della sua camicia. La prima ragione, spesso insospettata, è che nella camicia manchi il penultimo bottone. Non conosco però nessuna ragione che possa spingere una donna a tollerare una cosa del genere nel suo uomo. E in questo caso avrei conferma del fatto che nella sua vita una donna non c'è, o magari c’è stata, ma lei ha scoperto che la repulsione non è sempre cattiva consigliera. 

Eppure qualcosa mi dice che in realtà c’è una forma di perfezionismo non premeditato in quell’ultimo bottone serrato sotto il collo. Chiarito che il tipo non ricerca la comodità nel suo modo di vestirsi, quell’ultimo bottone è la sintesi della sua eleganza. Non è ricercatezza, è che quel bottone è esattamente come gli altri bottoni, ne più ne meno, non merita nessun trattamento privilegiato, dunque è più naturale abbottonarlo che tenerlo sbottonato.

by ore 17:28 [ ] commenta    leggi commenti (0)

02.05.2006

La grù

Lui cammina nervosamente in un negozio di giocattoli. Sta cercando  un giocattolo da comprare. Probabilmente per lavoro si occupa di un cantiere edile e con un ruolo direttivo. Infatti sta parlando nervosamente al cellulare con qualcuno e l'unica cosa che si percepisce della sua conversazione è che non sa se è arrivata la grù. Dal modo di esprimersi è istruito, e dall’abbigliamento è benestante, chissà, un ingegnere o un architetto. Sembra molto dispiaciuto di non sapere se quella grù è arrivata, cerca di prendere tempo. Mentre parla al cellulare si chiude l’altro orecchio con la mano libera, come per tappare una via di fuga e intrappolare i neuroni  nella sua testa. Ha il tono di chi deve dare un’informazione che è tenuto a dare. Quindi deve rendere conto al suo interlocutore. L’altra persona ha diritto di pretendere quell’informazione da lui e quindi, probabilmente, è un suo superiore, magari il direttore di cantiere. Il tono è sinceramente dispiaciuto, ma non sottomesso, mantiene una sua dignità. Considerando che una grù è grande più o meno come un astronave lo svarione non è da poco.

Nella sua professione gli manca qualcosa per eccellere, qualcosa gli impedisce di arrivare più in alto, forse è colpa proprio di quella grù che non ha notato, e magari è arrivata a tradimento dalle profondità inesplorate dello spazio per metterlo in difficoltà. 

E’ evidente che si è allontanato dal lavoro per andare in quel egozio di giocattoli a comprare il regalo di compleanno del figlio. Non ci sarebbe ragione di andare al negozio a quell’ora del pomeriggio, in orario di lavoro, se non fosse il compleanno del figlio proprio oggi. Deve esserci una scadenza come una mannaia, e può essere solo un compleanno. Altrimenti potrebbe andarci domani (che è sabato) con calma. Il figlio ha cinque anni circa. La corsia in cui cammina, infatti, espone giocattoli per bambini di quell’età. Si è sposato giovane e ha avuto subito un figlio. Questo è un fatto importante, nello sviluppo della sua personalità. Lavoro e famiglia si sono affacciati nella sua vita come una doppia polarità. Due poli che gli hanno garantito un equilibrio, una distribuzione di interessi. Il lavoro non è riuscito a monopolizzare la sua vita come invece accade per tanti suoi colleghi. I due poli famiglia-lavoro gli garantiscono anche una possibilità di fuga permanente. Cioè, lui può sempre fuggire da uno dei due poli per rifugiarsi nell’altro, salvo scoprire che la fuga non è mai definitiva, perchè la rinuncia permanente ad uno dei due sarebbe per lui insopportabile. I due poli sono equi-importanti. Per lui il compleanno del figlio non è meno importante di quella grù. Anche se poteva pensarci prima e organizzarsi meglio. Ma è evidente che anche questo limite è connaturato alla doppia polarità dei suoi interessi, che lo condanna ad una condizione di imperfezione, o meglio, di non perfezione, su entrambi i fronti. Tuttavia, su entrambi i fronti, riesce alla fine a farsi apprezzare. Questo non glielo si può negare.

Qualche minuto dopo si ferma in un punto dello scaffale pieno di giocattoli, proprio davanti a una grande grù di plastica. La prende e la porta verso la cassa.

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29.04.2006

Ai giardini

Vicino all’altalena c’è una bambina. Vive in una famiglia benestante, dove entrambi i genitori lavorano. E’ accompagnata da una signora che può essere solo la nonna, o la tata. Vicino a lei c’è la sorella di un paio d’anni più vecchia, vestita esattamente come lei, solo con colori diversi e con la stessa pettinatura a frangetta.

Se avessero due genitori meno rimbambiti dai loro riti quotidiani non le avrebbero vestite con gonnellini da aperitivo serale, visto che ai giardini dovrebbero correre e arrampicarsi su scivoli e giochi simili

La bambina più piccola è già vestita di messaggi per il pubblico: sono una femmina, sono benestante, ho dei genitori che tengono a me, quando crescerò non mi farò mai il pearcing, ne bracciali borchiati, ci sono i vestiti della sorella più grande che mi aspettano, perché anche lo spreco è contro i sani valori della mia famiglia. Questi sono i messaggi che si porta dietro la bambina sandwich. Sembra dire “scusate se mentre trasmetto questi messaggi trovo anche il tempo per giocare”. Giocare poi. Non c’è gioia nel suo modo di giocare. Sale sullo scivolo con entrambe la mani posate sulla ringhiera, quindi scende frenata dall’effetto paracadute della gonna, si alza, cammina e risale sempre allo stesso ritmo, senza nessuna variazione sul tema. Sembra un pesce rosso che gira in tondo, all’infinito, dentro la sua sfera piena d’acqua. Al di là di quella sfera, che è la sua prigione, guardando attraverso le pareti concave vedrà solo un mondo deformato rispetto alle regole che conosce e ne sarà prima o poi irresistibilmente attratta. Non è infelice perchè non conosce la felicità.
Ma un giorno.... sarà traumatico, e doloroso, magari farà del male a qualcuno, anche, per liberarsi, ma ci riuscirà. Soffrirà molto, ma proverà anche la gioia intensa delle conquiste improvvise, benchè tardive. Magari ne farà le spese un marito in buona fede, che non capirà. Magari il suo futuro marito è uno di questi bambini che gioca vicino a lei, ignaro di tutto. Magari no. anzi, più facile che no.

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28.04.2006

In mensa

Lui ha le calze di lana lunghe a losanghe di vari colori e questo riassume tutta la sua persona. Nel piano regolatore del suo abbigliamento le calze non sono periferia, questo è certo. Le calze losangate non sono indice di trascuratezza, ma piuttosto di grande attenzione. E così la camicia a righe larghe indaco-rosa-bianco. Verso ogni particolare del suo abbigliamento c’è un atto d’amore. Vive talmente immerso nei particolari che trascura la visione d’insieme, ecco tutto.

Ama troppe cose, non sa essere selettivo, non è il tipo che dice se mi piace una cosa, non può piacermene un’altra solo perché le due non vanno d’accordo fra loro. Se le due cose non vanno d’accordo è un problema loro, perché no? Dunque non se ne preoccupa. Quindi non è eccentrico, nè trascurato, è solo innamorato dei particolari, delle piccole cose, piccole cose molto tangibili e materiali. Come il bicchiere di vino che sorseggia lentamente. Ha mangiato e ora sorseggia il bicchiere di vino con una lentezza incredibile. E rimane seduto nonostante abbia finito. Non sta aspettando nessuno. Si sta solo godendo l’attimo in “piena” solitudine. Non è in pausa pranzo. La pausa pranzo per tutti è come un’apnea, invece lui non ha fretta e, a parte questo, nessuno in pausa pranzo beve vino, o se lo beve non se lo gode in quel modo.

Nella fauna della mensa ci sono tante specie animali. Lui non è un bancario anche perché i bancari mangiano in branco,  non è un dipendente pubblico perché nei loro buoni pasto il bicchiere di vino non ci sta dentro, e poi si può anche escludere che lui abbia un impegno lavorativo nell’immediato dopo pranzo. Ecco, è uno studente universitario, ce ne sono tanti qui, e lui non ha fretta di tornare a studiare, benchè sia sicuramente fuori corso a quell’età.

Non ha una fidanzata. Pensa che una fidanzata comincerebbe a tracciare attorno a lui dei limiti, e soprattutto delle graduatorie di importanza: per come è fatto lui non ci sarebe differenza tra l'amore per lei e per quelle calze a losanghe e per quel bicchiere di vino, e per tanto che sia, vaglielo a spiegare a lei!

E’ fuori corso, senza fidanzata. E’ socievole (il vino è una garanzia), ma non disdegna stare da solo. E infatti se ne sta per conto suo. E’ innamorato anche di quello che studia, e come ogni innamorato è assolutamente privo di senso pratico. Non riesce a dare esami, ma non perché non studia, piuttosto perché non riesce a vedere limiti in quello che studia. Ogni studente nella sua carriera universitaria, se vuole costruire qualcosa di solido, se vuole dei risultati concreti, per cominciare deve tracciare dei limiti … che so … la prima e l’ultima pagina del libro, le cose che chiedono e quelle che non chiedono, il primo e l’ultimo esame, la prima e l’ultima lezione, il primo e l’ultimo anno di corso.

Lui è “off limits”.

Recupera il maglione da un attaccapanni e se lo mette sulla sedia vicina. Ma non sta andando via, rimane seduto. Elementare Watson! non ha fiducia nella propria memoria! Sa che rischia di dimenticarselo, se non lo tiene sotto gli occhi. In realtà non è che non abbia memoria, è che quando uno non è selettivo la memoria è come un immenso minestrone dove c’è dentro di tutto, dunque non serve a molto. Per questo non fa una ottima figura agli esami. Media del 24.

Studia psicologia. E sta studiando tutti i personaggi seduti nella mensa, uno per uno.

Guarda caso è seduto in un tavolo d’angolo e guarda caso è l’angolo dal quale si ha la visuale più ampia (anche il telaio dei suoi occhiali ha un ampiezza al disopra della media). Non vuole avere nessuno dietro le spalle, sarebbe come tracciare dei limiti alla sua osservazione. Non vuole perdersi niente, e il  tempo non gli manca. Vorrebbe capire se sono più malati i quattro bancari che anche davanti alla pasta coi broccoli continuano a parlare di mutui e bonifici o se è più malato quel tipo che sta da solo e maldestramente finge di non osservarlo. Gli sembra tutto così meravigliosamente assurdo.


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27.04.2006

La prenotazione

Lui entra nello scompartimento e il posto che ha prenotato è occupato da un signore esile, vestito in modo dimesso, sui 50 anni circa. Il neo arrivato cerca di fare capire che ha la prenotazione. L’altro lo guarda con gli occhi spalancati, come un cerbiatto nella sua tana che improvvisamente si trova di fronte un operatore di Quark; lo guarda come se non capisse. Il primo ripete più volte che ha la prenotazione e perde un po’ anche la pazienza. Alla fine l’intruso si sposta. L’uomo che ha perso la pazienza si accorge solo ora che quel signore non capiva una parola di italiano. Non capiva cosa era una prenotazione. E’ un extracomunitario dell’est; quando si allontana dallo scompartimento lo straniero non ha capito che il posto era prenotato e ha l’espressione di chi è rassegnato ad un umiliazione ingiusta. Pensa che in fondo sia semplicemente il prezzo che si deve pagare in un paese dove sei considerato cittadino di serie B. Non c’è un minimo di astio, nel suo sguardo, solo incredulità e rassegnazione. Con la testa bassa scompare tra la gente.

Il viaggiatore che ha preso il suo posto si siede nervosamente. Pensa che doveva farlo. Sa bene che se rinunciava a farsi valere sarebbe stato male e ora sa che sta male uguale.

E questa è la prima ragione per cui vorrebbe scendere dal treno in corsa. La seconda è che una signora anziana comincia a parlargli. Stavolta è lui che non capisce una parola della sua lingua, perché la signora parla in un dialetto che lui non conosce.  Lui non ha una gran varietà di sorrisi, e quando li finisce (è passato solo un quarto d’ora di viaggio) cerca di nascondersi dietro a un libro, ma lei insiste imperterrita, forse pensa che lui sia timido e faccia dei complimenti. Lui è timido, ma quello che lei non sa è quanto sia labile il confine tra un timido e un serial killer. Lui non riesce a capire come certe persone riescano a buttare fuori tante parole a getto continuo passando in rassegna tutti i luoghi comuni possibili e immaginabili. In treno, poi, non so perché, gli chiedono sempre qual è la sua città e quanti abitanti ha. Sempre. Lui pensa che questa informazione dovrebbero direttamente stamparla sul biglietto del treno alla stazione di partenza, così da poterne disporre in modo pratico in ogni momento del viaggio.

Comunque lui non ha mai la risposta a questa domanda e si vergogna di ammetterlo, quindi risponde fornendo dati vaghi oscillanti fra valori limite che lasciano perplessi i suoi interlocutori. L’unico valore assoluto che gli viene in mente è una misura di peso: il peso dell’elenco telefonico della sua città.

Ora cerca di concentrarsi sul suo libro, un saggio che cerca di delineare un quadro intricatissimo degli attuali rapporti di forze tra gli Stati sullo scenario internazionale del dopo l’11 settembre, e dei vari interessi in gioco, quelli non dichiarati. Riesce solo a pensare che a queste persone attorno a lui, che poi sono la maggioranza, non gliene può fregare di meno di capirci veramente qualcosa. Il problema di dipanare quella matassa, non gli sfiora neppure la mente. Questo gli trasmette un senso di inutilità al suo tentativo di capirci qualcosa. Tra vivere la propria vita senza cercare di capirla e cercare di capirla senza viverla, esisterà una via di mezzo? Si chiede.

E comincia a guardare fuori dal finestrino. Traendone, finalmente, un qualche piacere.

by ore 15:15 [ ] commenta    leggi commenti (0)

21.04.2006

la stazione di polizia

Una donna cammina in una stanza arredata con scaffali di metallo e scrivanie consunte. Sulle pareti ci sono fotografie di uomini composti nei loro sorrisi ed abiti eleganti. Sotto le fotografie ci sono aloni nell’intonaco che rivelano lo spazio occupato in precedenza da altre fotografie più grandi di uomini altrettanto eleganti, sorridenti e composti. Dovrebbe esistere un formato standard per le foto degli uomini di potere, così da poterle cambiare senza lasciare aloni sull’intonaco. Oppure cambiarle con foto sempre più grandi, perché è verso la grandezza che quegli uomini pensano di camminare. Verso la grandezza.

Su uno scaffale di metallo c’è un piccolo acquario e un piccolissimo pesce colorato che guizza. La donna allunga il suo dito che tocca l’acqua e avverte una piccola sensazione di piacere che si propaga in dolcissime e impercettibili onde. Il pesciolino si avvicina al suo dito e lo sfiora con le labbra. Poi si sente un rumore brusco, il pesciolino guizza via, e un uomo in divisa entra dalla porta. E’ molto che aspetta? dice, e prima di avere una risposta aggiunge “si può sedere”.

by ore 12:47 [ ] commenta    leggi commenti (0)

21.04.2006

la ragazza sul tappeto

La ragazza è stesa sul tappeto. La luce filtra dall’ampia vetrata della finestra e un televisore agita qualche immagine con il volume molto basso.

Sul tappeto c’è un libro steso sul dorso, ferito a morte da strisce di matita. Tra quelle righe fra poco si alzerà l’urlo di battaglia di Achille, Aiace, e altri inganni. La ragazza sfoglia il libro e immagina un cronista di guerra cieco aleggiare sulle mura di Troia, con l’aurora che sorge sui soldati in attesa, scintillanti al sole con le armature lucenti. quegli uomini composti, con i nervi e i muscoli d’acciaio, si riempiono le orecchie avidamente di quelle ultime razioni di silenzio dorato. Presto la polvere, lo stridere dei metalli, sommergerà il mondo. Il cronista cieco sta per declamarne i versi, in un’edizione economica.

Ma all’improvviso, in un’edizione straordinaria, dalla finestra del televisore irrompe un cronista, in qualche modo cieco anche lui, che si schiarisce la voce, e annuncia immagini di polvere e rumore di aerei, esplosioni. La ragazza alza lo sguardo verso il televisore. Il suo viso ovale è avvolto dai palmi delle sue mani, i suoi gomiti sono palafitte nel tappeto. La sua mente cerca disperatamente qualche certezza rassicurante, ma sono come palafitte nel fango.

La palude attorno a lei si alza, i punti esclamativi che cerca di affondare nella melma per mantenere una stabilità, sono intrisi di fango e si afflosciano in punti interrogativi.

Volta lo sguardo verso la finestra, come cercando un’istintiva via di fuga. L’ampia ed elegante vetrata dà luce alla sua camera da letto. Poi improvvisamente davanti al vetro appare il volto di una donna, stanco e rugato dal dolore, enorme ed inespressivo. La donna allunga un dito, il dito gigantesco si allunga, tocca il vetro e lo perfora dolcemente generando piccoli cerchi di onde tutto intorno che si allargano nel vetro. Il dito penetra nella stanza e la ragazza è pietrificata, combattuta tra il bisogno di scappare e il desiderio folle di baciarlo con la punta delle labbra.

by ore 12:42 [ ] commenta    leggi commenti (1)

21.04.2006

l'archeologo

Un uomo cammina sulle stesse rovine polverose che hanno impastato la carne umana. Lui sa che la carne umana, quando ancora era pulsante e vibrava per gli impulsi elettrici dei suoi pensieri, aveva fabbricato edifici, intere montagne di mattoni e sudore, uniformate a precise geometrie fuoriuscite dalle faticose elaborazioni di dotti pensatori. Armonie musicali pietrificate nel tempo. La forza e l’ingegno abbracciate fra loro. Ma un altro abbraccio di forza e ingegno ora ha inventato un altro fragore, uno spettacolo di luce e fuoco e fumo, una nuova forma di arte istantanea ha preso il sopravvento. E' l’arte della distruzione. Le geometrie ci sono ancora, forse, non sono perdute. Ogni granello di sabbia, ogni pietra dilaniata conserva una sua mirabile geometria che non si esibisce più in grandezza, ma nel minuscolo del suo essere. Le geometrie del microcosmo sono mirabili, come sanno bene i pidocchi, le formiche, gli acari.

La visione di insieme non ha più alcuna geometria per un occhio troppo grande, ma è solo un impressione, perchè un uomo più piccolo, molto più piccolo, come una formica o un acaro potrebbe apprezzare in pieno la nuova geometria della distruzione. E' un uomo molto più piccolo forse, quello che sta nascendo. E noi stiamo preparando il suo avvento. E l’uomo ancora troppo grande, che come un dinosauro in via di estinzione cammina ora sulle rovine, è un archeologo. Aerei nel cielo portano altri uomini invia di estinzione, meno consapevoli e più colpevoli. Il piccolo uomo del futuro, l’uomo acaro che sta nascendo, porta la statura che erediterà da noi.

L’archeologo ha in tasca un coccio di vaso antico che un ambulante gli ha appena venduto per una somma irrisoria. Cocci di questo tipo stanno gia circolando per il mondo, senza freni. Lui lo tira fuori dalla tasca e lo guarda, ancora una volta. Sta pensando quale differenza ci sia tra quel coccio antico e una volgare pietra raccolta per strada. Ha dedicato la sua vita a questa differenza. Dovrà pur esserci. Ma la sua mente riesce solo a pensare che fra migliaia di anni avranno lo stesso valore, un vaso antico e un vaso costruito oggi, ritrovati fra migliaia di anni avranno la stessa dignità di occupare l’uno accanto all’altro la vetrina di un museo. Il tempo appiattisce tutto. Anche l’uomo appiattisce tutto. Tutto è piatto e spianato attorno a lui. L’uomo precorre il tempo. Forse è solo questa la sua colpa, accelerare il corso del tempo, per vedere il più presto possibile se c’è una fine.

by ore 11:32 [ ] commenta    leggi commenti (0)

20.04.2006

Inviato di guerra

Un giornalista si guarda nello specchio di un hotel di lusso che sorge come una cattedrale, nel deserto di sassi e rocce. E’abbastanza trasandato come si conviene ad un inviato di guerra, al posto del cerone spalmerebbe sabbia sulla sua faccia e fango, melma e sangue, per poter guardare quella gente disperata al di la del cordone di soldati da pari a pari, quegli uomini con gli occhi che sporgono guardinghi come tartarughe dal guscio, impauriti e rassegnati a quel coraggio incosciente e anestetizzato che milioni di anni fa spingeva i nostri antenati a combattere i dinosauri. Il giornalista non ha dormito, ha gli occhi cerchiati davvero e non per il trucco, ma l’insonnia non è abbastanza, non è questo il dramma che deve raccontare. E’ onesto al punto da cercare di portare nella sua testa le deflagrazioni lontane, il cui eco nella notte ha bussato alla finestra della sua stanza d’albergo, accarezzando le sue coperte. Ma quelle deflagrazioni continuano a sembrargli lontane, come quando era a casa. Accentua quelle deflagrazioni nella sua testa, stringendo gli occhi e tappandosi le orecchie per aumentare il rimbombo e la reazione a catena dei suoi neuroni. un leggero birido solca per un attimo la sua pelle, sollevando un'onda leggera di pelle d’oca, che subito s’adagia. E’ questo il terrore che deve raccontare al mondo? No, non è  questo. E’ abbastanza onesto da imboccare la porta d’uscita sapendo che non è più un giornalista, che non si può raccontare il mondo da giornalista, ma deve essere un fruttivendolo, un meccanico, un poliziotto, un medico, un contadino, qualunque cosa che non sia quell’infame occhio azzurro che guarda, registra, giudica e riporta. Deve cercare di essere qualunque cosa che abbia un solo scopo nella vita, cioè sopravvivere, perché nessun animale del creato può sopravvivere solo guardando il mondo e raccontandolo con un microfono sotto il naso. E’abbastanza onesto da capire che solo oggi entra nella mischia immonda della creazione e fin’ora non era neppure nato, era un ipotesi di uomo, uno schizzo di matita su un foglio di carta. Per esistere bisogna smettere di guardare e correre a testa bassa dove ci portano le gambe e quell’istinto che ci guida su un terreno che è al di fuori del bene e del male. E’ abbastanza onesto da capire tutto questo. Ma è anche abbastanza disonesto da credere che sopravvivendo potrà portare via dentro di se un'ampolla di verità cristallina per abbeverare altre ipotesi di esseri umani, le cui forme sono disegnate dai morbidi cuscini dei divani, o da lane delicate, e deve farlo per convincere quegli uomini che sono al mondo, vivi e fortunati di esserlo, visto che i materassi e le lane adulatrici non gli bastano più per sapere di essere vivi e presenti. Hanno anche bisogno di vedere l’orrore e la morte. Il giornalista gliela porterà. Lo pagano per questo.

by ore 15:11 [ ] commenta    leggi commenti (0)

12.04.2006

l ultima corsa

Una terra arida con orizzonti lontani tremolanti, di sabbia sospesa nel sole e paura vaporizzata. Su quella terra e verso quell’orizzonte corre il pensiero di un bambino, quel pensiero indistinto non fatto di parole, ma solo di immagini che sono uguali in tutti i bambini del mondo e anche nei camosci, nei grilli e nei gabbiani.  Il pensiero di un bambino quando comincia a sfogliare il mondo come una cipolla senza sapere che prima o poi troverà solo le sua mani, ormai rugose e incallite. Ma quelle mani rugose e incallite non arriverà a vederle.

Intanto il suo pensiero corre e il cielo è sotto i suoi piedi, come prima di nascere, e lo stupore che prova nel vederci indaffarati con i nostri piedi per terra, invischiati nella melma delle nostre miserie, è la prima cosa che cominciamo ad uccidere in lui. Perché ci spaventa. Più opporrà resistenza e più sarà oppresso e sconfitto e umiliato. Ma a volte succede che prima di riuscire ad uccidere il suo stupore, uccidiamo la sua carne. Succede quando un bambino corre su un pendio scosceso di un paese che ha un destino in salita e prati disseminati di germogli esplosivi. E mentre corre vede il cielo e la terra roteare in direzioni opposte e questo ha un senso. Vede tutto tranne i suoi piedi.

E i suoi piedi, nella nostra melma e poi un esplosione e la melma schizza in tutte le direzioni e melma e sangue macchiano il cielo e brandelli di stupore rimangono sospesi come gocce sui vetri quando piove.

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